«Periodo fatto di 365 (o 366) delusioni».

Così si legge alla voce “Anno” nel malizioso Dizionario del diavolo  approntato nel 1906 da Ambrose Bierce, stravagante e vagabondo scrittore americano. E se stiamo ai commenti che si raccolgono per strada o a quelli dei giornali, parrebbe questo il pronostico più attendibile anche per il 2012, al quale viene già la tentazione di applicare come motto la “nona beatitudine”: «Beato colui che non si aspetta nulla, perché non sarà mai deluso!». Noi, invece, vorremmo andare controcorrente infilando in un ideale antitetico Dizionario dell’angelo quattro voci di successo per il nuovo pur difficile anno.

La prima è la parola sobrietà. Nel  nostro vocabolario si esprime come lucidità nello scegliere il necessario,  moderazione nell’uso delle cose, semplificazione dei bisogni. Insomma recupero di vitalità dall’ubriacatura di anni di spreco, di privilegi, di ostentazione, di sfoggio, di escort e di libertà in ogni campo dell’etica.. Si ritorna alla misura, alla semplicità, all’essenzialità, al linguaggio pacato del dialogo Certo, essa ha anche il volto duro del sacrificio, della rinuncia, della privazione.. Richiama la virtù dimenticata  della “temperanza”, che non regola solo il regime della nutrizione, ma anche della sensualità. Vale per tutti noi adulti il monito che san Paolo rivolgeva al discepolo Tito: «Esorta i più giovani ad essere sobri, offrendo te stesso come esempio!» (2,6-7)

Un altro vocabolo, che ha persino generato il  movimento corale planetario degli “indignati”: lo sdegno. Badate bene: se l’ira è un vizio capitale devastante, lo sdegno autentico è una virtù, perché è un appassionato e coerente schierarsi dalla parte della giustizia. Indignati contro la corruzione, la violenza, l’oppressione sono  stati i profeti biblici. Del Signore nella Bibbia si dice letteralmente che “storce il naso e sbuffa”  perché mal sopporta il male, e non dimentichiamo la figura di Cristo che impugna la frusta sferzando i mercanti… Detto altrimenti, lo sdegno vero e non retorico , quello che ci impegna  a dire e a fare ciò che va detto e fatto in ordine alla giustizia.


Sulla via della giustizia riabilitata giungiamo alla terza voce del nostro breve dizionario: solidarietà o, se si vuole, carità fraterna. Il cristianesimo ha giocato qui la sua autenticità: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,35). E l’autore della Lettera agli Ebrei continuava: «Perseverate nell’amore fraterno e non dimenticate l’ospitalità dello straniero» (13,1-2). Ma era già l’antica legge biblica a esortare: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano!» (Deuteronomio 15,7). Non sono necessari commenti.

Siamo giunti all’ultima voce di questo Dizionario dell’angelo:  speranza, .nonostante il pessimismo sempre in agguato. Proporla è facile, sembra scontato per eminenti personalità dello Stato e della chiesa, pronti a subire l’accusa di utopia o di retorica. Eppure, se è vero che bisogna vivere con semplicità, è necessario pensare con grande fiducia. L’anno che ci sta davanti è nelle mani di Colui che è venuto nel tempo e ci è Padre per sempre. E questo non tanto  perché «finché c’è vita, c’è speranza»: :tanti viventi sani sono disperati  e sfiduciati. È più vero  credere che «finché c’è fede, c’è speranza». E sperare, con costanza e a testa bassa è, certo, difficile. Più facile è disperare, ed è la grande tentazione a cui non cedere.

Don Bruno (leggendo  G. Ravasi in “Avvenire” 3.1.’12)

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